Il disegno di legge di bilancio 2018 prevede la proroga per le detrazioni per ristrutturazioni e bonus mobili per un altro anno

Fino al 31 dicembre 2018 si potrà continuare ad usufruire della detrazione del 50% sui lavori di ristrutturazione e sull’acquisto di mobili ed elettrodomestici efficienti per l’arredo dell’immobile ristrutturato. Lo prevede il disegno di legge di Bilancio 2018, che ha prorogato le detrazioni per un altro anno.

Detrazione 50% sulle ristrutturazioni
È possibile detrarre dall’Irpef il 50% delle spese sostenute fino al 31 dicembre 2018, con un limite massimo di 96mila euro, per ristrutturare le abitazioni e le parti comuni degli edifici condominiali. La detrazione è ripartita in dieci quote annuali di pari importo.
Quando gli interventi di ristrutturazione sono realizzati su immobili residenziali adibiti promiscuamente all’esercizio di un’attività commerciale, dell’arte o della professione, la detrazione spetta nella misura ridotta del 50%.
I pagamenti devono avvenire con bonifico bancario o postale da cui risulti la causale del versamento, il codice fiscale del beneficiario della detrazione e il codice fiscale o il numero di partita Iva del beneficiario del pagamento.

I lavori agevolati
È detraibile il 50% delle spese sostenute per lavori di manutenzione straordinaria, restauro e risanamento conservativo e ristrutturazione edilizia effettuati sulle singole unità immobiliari residenziali di qualsiasi categoria catastale, anche rurali e sulle loro pertinenze.
Nei condomìni è detraibile il 50% delle spese sostenute per lavori di manutenzione ordinaria, manutenzione straordinaria, restauro e risanamento conservativo e ristrutturazione edilizia effettuati su tutte le parti comuni.
Usufruiscono inoltre della detrazione i lavori sugli immobili danneggiati dalle calamità naturali, l’acquisto e la costruzione di box auto pertinenziali, l’eliminazione delle barriere architettoniche, gli interventi per la prevenzione degli illeciti, la cablatura degli edifici e il contenimento dell’inquinamento acustico, l’acquisto e l’installazione di impianti fotovoltaici, l’adozione di misure antisismiche, la bonifica dall’amianto, gli interventi anti-infortunio e l’acquisto di immobili ristrutturati.
Oltre alle spese per i lavori, sono incentivate anche quelle per la progettazione, l’acquisto dei materiali, la gestione delle pratiche, le perizie e gli oneri di urbanizzazione.

Bonus Mobili
Chi ristruttura il proprio immobile può usufruire di una detrazione anche per arredarlo. Il Bonus Mobili riconosce una detrazione Irpef del 50%, con un tetto di 10mila euro per unità immobiliare, per l’acquisto di mobili e di grandi elettrodomestici di classe non inferiore alla A+ (A per i forni), destinati ad arredare un immobile oggetto di ristrutturazione. La condizione per usufruire del Bonus Mobile è che i lavori inizino dopo il 1° gennaio 2017.

Gli acquisti agevolati
Per fare alcuni esempi, si possono acquistare con la detrazione fiscale cucine, letti, tavoli e sedie, mobili da bagno, lampade e anche mobili realizzati su misura. Non sono agevolabili gli acquisti di porte, pavimenti, tende, complementi d’arredo e mobili acquistati da antiquari.

I lavori che danno diritto al Bonus Mobili
Per ottenere il bonus è necessario che siano stati effettuati lavori di manutenzione straordinaria, restauro e risanamento conservativo, ristrutturazione edilizia sui singoli appartamenti o manutenzione ordinaria, manutenzione straordinaria, restauro e risanamento conservativo, ristrutturazione edilizia su parti comuni di edifici residenziali.

Bonus Ristrutturazioni. Pubblicata la Guida dell’A.E. del 22 settembre 2017

ANACI: sede provinciale BAT
[INFO] – articolo web
ristrutturazioni-edilie-del-22-09-2017

La principale novità contenuta nella nuova edizione riguarda le detrazioni maggiorate per l’acquisto di immobili nei comuni che si trovano in zone classificate a “rischio sismico 1”

LE NUOVE DETRAZIONI IN VIGORE DAL 1° GENNAIO 2017
La legge di bilancio 2017, oltre a stabilire una proroga delle detrazioni al 31 dicembre 2021, ha introdotto specifiche regole per la concessione delle agevolazioni, prevedendo importi più elevati quando alla realizzazione degli interventi consegua una riduzione del rischio sismico.
Inoltre, ha fatto rientrare tra le spese detraibili anche quelle effettuate per la classificazione e la verifica sismica degli immobili.

TIPOLOGIA DELL’IMMOBILE
Anzitutto, l’agevolazione fiscale può essere usufruita per interventi realizzati su tutti gli immobili di tipo abitativo (non soltanto, come in precedenza, su quelli adibiti ad abitazione principale) e su quelli utilizzati per attività produttive.
Inoltre, si applica non solo agli edifici che si trovano nelle zone sismiche ad alta pericolosità (zone 1 e 2) ma anche a quelli situati nelle zone a minor rischio (zona sismica 3). Per l’individuazione delle zone sismiche bisogna sempre far riferimento all’ordinanza del Presidente del Consiglio dei ministri n. 3274 del 20 marzo 2003 (pubblicata nel supplemento ordinario n. 72 alla Gazzetta Ufficiale n. 105 dell’8 maggio 2003).

LA MISURA E LA RIPARTIZIONE DELLA DETRAZIONE
Per le spese sostenute dal 1º gennaio 2017 al 31 dicembre 2021, per interventi di adozione di misure antisismiche, le cui procedure di autorizzazione sono state attivate a partire dal 1° gennaio 2017, spetta una detrazione del 50%.
La detrazione va calcolata su un ammontare complessivo di 96.000 euro per unità immobiliare per ciascun anno e deve essere ripartita in cinque quote annuali di pari importo, nell’anno in cui sono state sostenute le spese e in quelli successivi.
Qualora gli interventi realizzati in ciascun anno consistano nella mera prosecuzione di interventi iniziati in anni precedenti, ai fini del calcolo del limite massimo delle spese ammesse a fruire della detrazione si deve tener conto anche delle spese sostenute negli stessi anni per le quali si è già fruito della detrazione.
La detrazione è più elevata nei seguenti casi:
– quando la realizzazione degli interventi produce una riduzione del rischio sismico che determini il passaggio a una classe di rischio inferiore, la detrazione spetta nella misura del 70% della spesa sostenuta
– se dall’intervento deriva il passaggio a due classi di rischio inferiori, la detrazione spetta nella misura dell’80%.
Il decreto del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti del 28 febbraio 2017 ha stabilito le linee guida per la classificazione di rischio sismico delle costruzioni e le modalità per l’attestazione, da parte di professionisti abilitati, dell’efficacia degli interventi effettuati.
In particolare, il progettista dell’intervento strutturale deve asseverare (secondo il modello contenuto nell’allegato B del decreto) la classe di rischio dell’edificio prima dei lavori e quella conseguibile dopo l’esecuzione dell’intervento progettato.
Il direttore dei lavori e il collaudatore statico, se nominato per legge, dopo l’ultimazione dei lavori e del collaudo, devono attestare la conformità degli interventi eseguiti al progetto depositato.

ACQUISTO DI CASE ANTISISMICHE
Se gli interventi per la riduzione del rischio sismico, che danno diritto alle più elevate detrazioni del 70 o dell’80%, sono effettuati nei Comuni che si trovano in zone classificate a “rischio sismico 1”, mediante demolizione e ricostruzione di interi edifici, chi compra l’immobile nell’edificio ricostruito può usufruire di una detrazione pari, rispettivamente, al 75 o all’85% del prezzo di acquisto della singola unità immobiliare, come riportato nell’atto pubblico di compravendita, entro un ammontare massimo di 96.000 euro.
Le zone classificate a rischio sismico 1 sono quelle individuate dall’ordinanza del Presidente del Consiglio dei ministri n. 3519 del 28 aprile 2006, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 108 dell’11 maggio 2006.
La ricostruzione dell’edificio può determinare anche un aumento volumetrico rispetto a quello preesistente, sempre che le norme urbanistiche in vigore permettano tale variazione.
Gli interventi, inoltre, devono essere eseguiti da imprese di costruzione o ristrutturazione immobiliare, che provvedano, entro 18 mesi dalla data di conclusione dei lavori, alla successiva alienazione dell’immobile.

CESSIONE DEL CREDITO
I beneficiari di queste agevolazioni possono decidere, in luogo della detrazione, di cedere il credito corrispondente alle imprese che hanno effettuato i lavori o ad altri soggetti privati, che a loro volta hanno la possibilità di cedere il credito ricevuto.
Non è possibile effettuare la cessione nei confronti di istituti di credito e intermediari finanziari.

Gli oneri condominiali spettano al proprietario dell’immobile

ANACI: sede provinciale BAT
[INFO] – articolo web
GLI ONERI CONDOMINIALI SPETTANO AL PROPRIETARIO DELL’IMMOBILE

Nel caso di un appartamento locato, il pagamento degli oneri di gestione compete esclusivamente al proprietario dell’immobile in condominio, poiché in materia condominiale risulta inapplicabile il principio dell’apparenza del diritto.
Il condominio, dunque, per la riscossione degli oneri condominiali non può rivolgersi al conduttore del locale in condominio o a chi occupa l’appartamento senza esserne il proprietario, non avendo nei loro confronti azione diretta.
Il condòmino può comunque rivalersi sul conduttore che non abbia provveduto direttamente al pagamento degli oneri condominiali, in virtù degli accordi intercorsi con il contratto di locazione ai quali, in ogni caso, il condominio rimane estraneo.
In una recente sentenza il Tribunale di Milano del 22 giugno 2017 ha confermato il principio.

*Ecco il caso*
A seguito di ingiunzione di pagamento per spese condominiali approvate in assemblea, una società condòmina proponeva opposizione evidenziando come gli appartamenti di proprietà fossero stati concessi in locazione finanziaria (leasing) a un terzo soggetto tenuto al pagamento in virtù di specifica clausola contrattuale.
Il Tribunale ha ricordato che “con riferimento al pagamento degli oneri di gestione condominio, è principio fermo in giurisprudenza che tale obbligazione grava unicamente sul proprietario dell’unità abitativa condominiale e non già su colui il quale possa apparire tale. In ipotesi siffatte, invero, in alcun modo può farsi applicazione del principio dell’apparenza del diritto, in quanto essenzialmente strumentale ad esigenze di tutela dell’affidamento del terzo in buona fede (Cass. civ., Sez. II, 12/01/2011, n. 574; Cass. civ., Sez. II, 25/01/2007, n. 1627), con la conseguenza che il Condominio può far valere le sue ragioni creditorie relativamente al pagamento degli oneri condominiali esclusivamente nei confronti di un condomino e non già nei riguardi del conduttore o comunque di chi occupa l’appartamento senza esserne il proprietario, non avendo nei suoi confronti azioni dirette. (Cass. civ., Sez. II, 24/06/2008, n. 17201; Cass. civ., Sez. II, 03/08/2007, n. 17039)”.

Debitore per i contributi concernenti i beni e i servizi comuni è il “proprietario e condòmino e potrà rivalersi sul conduttore che non vi abbia provveduto direttamente, secondo gli accordi convenuti con il contratto di locazione (Cass. civ. Sez. II, 09/12/2009, n. 25781). Pattuizioni contrattuali, quali quelle risultanti in atti, che non rilevano per il Condominio che è rimasto ad esse estranee”.

Al caso di specie, non risulta neppure applicabile “la norma specificamente dettata per i rapporti tra nudo proprietario ed usufruttuario, attesa la natura di diritto reale di quello facente capo a quest’ultimo, contrariamente a quello, meramente obbligatorio, scaturente dal contratto di leasing a favore dell’utilizzatore del bene locato”.

Nessuna modifica anche agli importi fissati nelle delibere, perché non risultano impugnate, giudizialmente o stragiudizialmente, né tanto meno risultano sospese o revocate, pertanto, le stesse continuano a spiegare la loro efficacia esecutiva.

Il Tribunale ha spiegato che “la delibera con cui sia stato approvato il piano di riparto dei contributi condominiali, costituisce titolo di credito del condominio e di per sé prova l’esistenza del credito ed essa legittima pertanto, non solo la concessione del decreto ingiuntivo, ma anche la condanna del condòmino a pagare le somme nel giudizio di opposizione che proponga contro tale decreto”.

Nel procedimento di opposizione al decreto ingiuntivo “il Giudice deve limitarsi a verificare la perdurante esistenza ed efficacia delle relative delibere assembleari (…), senza poter sindacare, in via incidentale, la loro validità, essendo questa riservata al Giudice davanti al quale dette delibere possano essere impugnate”.

Buone Ferie!

Gentili clienti,

Vi informiamo che lo studio GD CONDOMINIUM chiude per ferie dal 11/08/2017 al 22/08/2017.

Per qualsiasi urgenza, contattate lo 0883/566469 lasciando un messaggio che sarà letto  dal nostro staff.

Cogliamo l’occasione per augurare serene vacanze lavorative.

GD CONDOMINIUM

 

 

Compenso Amministratore

Compensi troppo bassi agli amministratori, ecco le cause

di Francesco Schena (Il sole 24ore)

Sono ormai numerose le indagini statistiche (tra le ultime, quella da me condotta per Il Sole 24 Ore i cui risultati verranno resi pubblici in un convegno presso la sede del Sole il 24 ottobre prossimo) che certificano come in Italia il compenso medio mensile riconosciuto dal mercato agli Amministratori di condominio sia molto basso rispetto a quanto accade negli altri Paesi europei.
In questo breve articolo azzarderò una mia personale tesi sulle ragioni di questo incredibile divario che vede il compenso medio italiano superato anche del 350%.
Partirei da una riflessione di economia spicciola come base delle mie tesi. Sappiamo tutti come il cosiddetto prezzo di mercato di un dato bene sia determinato da una serie di forze e fattori diversi tra di loro che, nell’insieme, concorrono al famoso punto di incontro tra domanda e offerta e come questa teoria si basi su una serie di assiomi. Tra questi ultimi vorrei ricordarne alcuni: il famoso consumatore coerente, in grado di riconoscere un bisogno ed effettuare delle scelte altrettanto coerenti, la lealtà della concorrenza del mercato, la capacità di spesa del consumatore. Aggiungiamo anche la famosa teoria del prezzo che diminuisce all’aumentare dell’offerta. A questo punto, posto che non mi ritengo un economista di professione, mi fermerei qui con questa prima introduzione e passerei all’analisi di aspetti del mercato di riferimento strettamente legati a questi semplici principi sopra enunciati.
Partiamo dalla capacità del consumatore di riconoscere il bisogno di rivolgersi ad un Amministratore di condominio qualificato, professionale e preparato. Esiste nel condòmino medio italiano questo fattore? La risposta è secca: NO. Il condòmino/consumatore italiano vive la sua esperienza di comunità condominiale con sofferenza e come un peso, un fardello di cui farebbe volentieri a meno e quindi l’unico interesse che ha è quello di pagare il meno possibile in termini di quote condominiali. Il condòmino italiano (sempre con riferimento a quello medio) in assemblea perde quella capacità di analisi e valutazione che fuori da quel contesto avrebbe comunque, ad esempio quando acquista un nuovo cellulare o cambia l’automobile. Quando si tratta di deliberare una spesa comune, difatti, come per magia perde tutte le capacità cognitive, tanto da non riuscire nemmeno a leggere i documenti proposti tranne che in un solo rigo, solitamente l’ultimo: il mitico prezzo! E si, perché, infondo, un appaltatore vale l’altro, un fornitore vale l’altro, e, dunque, un amministratore vale l’altro, sono tutti uguali e pure tutti ladri. A questo punto è più che coerente la scelta di ridurre i danni scegliendo almeno quello che costa meno. La coerenza, dunque, c’è, ma si tratta di una coerenza tipica e prerogativa non del singolo sig. Rossi della situazione, ma del sig. Rossi in assemblea. Infatti, fuori dal contesto condominiale il sig. Rossi sa benissimo che un cellulare non è come un altro e che le automobili non sono tutte uguali.
Ecco, la prima causa del compenso basso degli Amministratori di condominio in Italia è di tipo culturale: una bottiglia d’acqua da mezzo litro può ben valere 3 euro in aeroporto a Malpensa ma tanto non può valere il lavoro mensile di un professionista colmo di responsabilità e attribuzioni di ogni sorta. E non importa a nessuno se l’Amministratore sa redigere un rendiconto perfetto, se ha evitato contenziosi onerosi (non se ne accorgono nemmeno), se ci mette la faccia con i fornitori che attendono di essere pagati, se riesce a spuntare prezzi di favore per i suoi clienti. Non importa a nessuno se sa scrivere correttamente un verbale ed evita impugnazioni e contestazioni (anche in questo caso, non se ne accorge nessuno), se per recuperare le morosità deve ricorrere per decreto ingiuntivo e perdere pure le simpatie di chi lo aveva precedentemente nominato. L’unica cosa che conta è che sia presente, che spesso si faccia vedere sul posto e che soprattutto assecondi tutte le più sciocche richieste dei signori condòmini, tipico retaggio culturale di subalternità: “Tanto, cosa vuoi che sia fare l’amministratore, l’ho fatto anch’io in passato e, anzi, ti dico pure come devi farlo tu adesso!!” Insomma, il condomino italiano guarda all’amministratore come ad un servizio commerciale piuttosto che ad un professionista e quindi ciò che conta sono solo gli aspetti “percepibili”, ignorando la verifica della formazione professionale obbligatoria, le competenze acquisite e tanto altro ancora.
Poi c’è la concorrenza, ovviamente quella sleale. Doppiolavoristi, dopolavoristi, tuttologi, improvvisati, fai da te e chi più ne ha più ne metta. Pseudo professionisti che non hanno nemmeno un ufficio, condòmini che amministrano il loro edificio con il classico “rimborso spese”, insegnanti universitari o vigili urbani che “arrotondano” lo stipendio amministrando soltanto 40, 60 o 100 condomini. A questi aggiungiamo il sommerso fatto da chi lavora senza una partita iva, evadendo fisco e previdenza. Insomma, un esercito di circa 300.000 amministratori contro i soli 28.000 circa che svolgo questa professione in via esclusiva e con tutti i crismi del caso. Dunque, un’offerta smisurata rispetto alle esigenze del mercato e pure sleale con la conseguenza che il professore universitario (che nessuno oserebbe contraddire, vuoi vedere, è un professore universitario, sarà un super esperto di condominio!!) o il vigile urbano (super esperto pure lui) amministrano decine e decine di condomini con compensi che arrivano anche ad 1 euro al mese per unità immobiliare. E poi c’è la concorrenza sleale indotta dall’egemonia culturale che ancora, nel 2017, fa presa sui clienti finali: l’avvocato che fa l’amministratore, il commercialista che fa l’amministratore, l’ingegnere che fa l’amministratore. Ed ecco che fa comodo nominare come amministratore un avvocato piuttosto che “un semplice” ‘amministratore , vuoi mettere, ne saprà certamente di più, è un avvocato! Come fa comodo nominare il commercialista piuttosto che un “normale” amministratore: vuoi mettere, almeno col fisco e con la contabilità siamo certi di non avere problemi! Oppure l’ingegnere, che fa sempre comodo, così i sopralluoghi li fa lui e ci scappa anche qualche perizia… Ma poi, ci sono avvocati che non sanno nulla di sicurezza o di contabilità (a dire il vero alcuni nemmeno di condominio!), ci sono commercialisti che pensano che il bilancio condominiale sia uguale a quello aziendale e che il condominio ha la partita Iva o ingegneri che non sanno scrivere un verbale senza che qualcuno lo impugni. Insomma, certamente ci sono tanti avvocati, commercialisti, ingegneri o altri professionisti che curano tantissimo la preparazione da amministratore ma in tanti altri non lo fanno e il cliente tutto questo non lo sa e si affida, ancora una volta, all’ennesimo retaggio, quella della egemonia culturale di professioni certamente molto più nobili quanto più antiche, con buona pace del “semplice” amministratore che si vede costretto a competere sul mercato ad armi impari.
Queste, a mio sommesso avviso, sono alcune delle cause che determinano compensi così bassi per gli Amministratori ma ci sono anche motivi ben precisi per cui questo stato di cose non cambia: quella dell’Amministratore non è del tutto una professione (piuttosto, un incarico da codice civile) e la categoria, associazioni comprese, non fanno nulla perché le cose cambino.
Davanti ad un consumatore incoerente e ad un mercato senza regole non c’è alcuna “sana” selezione del mercato e nessun mercato libero che tenga. In questo Paese si scambia il mercato libero col mercato senza regole e le professioni sono tali solo se c’è un corrispettivo Ordine professionale.

vietato fumare

VIETATO FUMARE IN TUTTI GLI SPAZI COMUNI

Dal 2003 in Italia vige il divieto di fumo, praticamente in tutti i locali chiusi, a eccezione di apposite aree riservate ai fumatori (debitamente segnalate) e dei luoghi privati non aperti al pubblico. È stata la legge Sirchia, n. 3/2003 a stabilirlo e la stretta rimasta anche negli anni a venire, in particolare con i nuovi divieti introdotti in Italia per recepire quanto stabilito nella direttiva 2014/40/UE.

In pratica, il d.lgs. n. 6/2016 ha esteso tale divieto anche alle pertinenze esterne delle strutture universitarie, ospedaliere, presidi ospedalieri e IRCCS pediatrici e alle pertinenze esterne dei reparti di ginecologia e ostetricia, neonatologia e pediatria delle strutture universitarie ospedaliere e dei presidi ospedalieri.
Ancora, il divieto di fumo è stato esteso anche al conducente di autoveicoli, in sosta o in movimento, e ai passeggeri a bordo degli stessi in presenza di minori di anni diciotto e di donne in stato di gravidanza.
Ancora, il divieto di fumo è stato esteso anche al conducente di autoveicoli, in sosta o in movimento, e ai passeggeri a bordo degli stessi in presenza di minori di anni diciotto e di donne in stato di gravidanza.
Il dubbio è sorto in relazione alle aree condominiali, in particolare in quegli ambienti (scale, giardino, garage) che sono in comunione e dunque fruibili liberamente da tutti i condomini.

L’art. 1102 del codice civile, dedicato alla comunione ma applicabile al condominio stante il richiamo dell’art. 1139 del codice civile, stabilisce che ciascun partecipante possa servirsi della cosa comune, purché non ne alteri la destinazione e non impedisca agli altri partecipanti di farne parimenti uso secondo il loro diritto.

Androni, pianerottoli, ascensori, scale e ambienti destinati a ospitare le riunioni condominiali, ad esempio, si ritiene non possano essere equiparati alle abitazioni private, dove fumare è consentito ai sensi delle disposizioni di legge. Infatti, tali spazi sono condivisi anche con altri soggetti, non solo gli altri condomini, ma chiunque per alcuni motivi vi si trovi a transitare o lavorare (postini, tecnici, portiere, ecc.).

Pertanto, il Ministro della salute ha precisato nella nota 1505 del 24 gennaio 2005, che le disposizioni antifumo vadano estese anche a tali ambienti, poiché ai soggetti summenzionati deve essere garantito il rispetto del diritto alla salute, fondamentale diritto indisponibile dell’individuo e interesse generale della collettività, costituzionalmente garantito nonché ispiratore della normativa antifumo, volta a tutelare dal fumo passivo i soggetti non fumatori.
Il divieto deve essere fatto rispettare in condominio dall’amministratore, come stabilisce l’accordo Stato-Regioni del 16 Dicembre 2004, intervenuto per attuare l’articolo 51, comma 7, della legge 3/2003.

La norma stabilisce che “i dirigenti preposti alle strutture amministrative e di servizio di locali di pubbliche amministrazioni, aziende e agenzie pubbliche o di privati esercenti servizi pubblici, ovvero i responsabili di strutture private, fanno predisporre ed apporre i cartelli di divieto completi delle suddette indicazioni nei locali in cui vige il divieto”.

Tuttavia, anche gli altri condomini e i frequentatori dello stabile potranno effettuare richiami verbali nei confronti dei trasgressori e procedere, in caso di inottemperanza al divieto e al richiamo, segnalando le violazioni alle autorità competenti.

Nessun problema, ovviamente, per coloro che fumano all’interno delle proprie abitazioni e sulla loro proprietà, ad esempio balconi, giardini, terrazze. Tuttavia, la Corte di Cassazione, sentenza n. 7875/2009, ha riconosciuto come immissioni moleste di fumo di sigaretta gli effetti, fastidiosi e insalubri del fumo passivo provocati da un gruppo di individui, seppur limitato.

Inoltre, è bene rammentare che i mozziconi di sigaretta devono essere smaltiti in sicurezza, senza lanciarli dal balcone, poiché tale comportamento rischia di essere configurato quale “getto pericoloso di cose” (per approfondimenti: Buttare sigarette dal balcone è reato) punito con l’arresto fino a un mese o l’ammenda fino a 206 euro.

 

ANACI: sede provinciale BAT